Proliferazione della contrattazione collettiva: nemico visibile e ignorato

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Dinanzi alla crescita dell’inflazione occorrono cautela, sicurezza ma soprattutto collaborazione. Senza questi ingredienti ogni misura varata da questa maggioranza finirebbe per diventare teorema sulla sabbia. 

Sicché è indubbio che la riduzione del cuneo fiscale e di quello contributivo siano misure da realizzare, ma ciò non deve costringere a rinunciare ad altre misure che, nel frattempo, valorizzano il lavoro e guidano il datore, come quella (in cantiere) della previsione di un salario minimo o del restringimento degli aventi diritto al Reddito di cittadinanza.

È assurdo pensare di sostenere il lavoro togliendo garanzie al lavoro o distogliendo la propria attenzione lì dove andrebbe rivolta. Il nostro paese attende ancora oggi, ad esempio, una convergenza sulla riforma dell’art. 39 della Costituzione in materia di contrattazione collettiva, che purtroppo trova un’indifferenza diffusa.

In base a quanto risulta dall’Archivio nazionale dei contatti del Cnel, i contratti collettivi nazionali di lavoro vigenti nel settore privato italiano sono attualmente 835 e riguardano 12.991.632 di occupati. 516 di questi (relativi a 7.732.312 lavoratori), pensate un po’, sono scaduti.

Bisogna prendere atto che senza un intervento sulla contrattazione collettiva, e in specie sulla rappresentatività della contrattazione collettiva del nostro paese, non si va da nessuna parte. Occorre contenere l’eccessiva contrattazione. È una questione di rappresentanza e, di conseguenza, di integrità del salario e delle tutele. Più contratti collettivi significano trattamenti differenziati che contaminano il sistema di tutele con “condizioni al ribasso” che danneggiano i lavoratori.

Chiaro è che a fronte di ciò sostenere che i nemici del lavoro siano la fissazione di un salario minimo o le risorse destinate al reddito di cittadinanza mi pare a dire poco ingeneroso.

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