Legalizzare non significa liberalizzare. Riflessioni sul DDL 2307 in materia di Testo Unico 309/90

Lavori Parlamentari

 

Cosa prevede il D.D.L. 2307 approvato alla Camera?

Dopo circa un anno e mezzo di attesa, la Commissione Giustizia della Camera ha votato il disegno di legge n. 2307 per la modifica dell’art. 73 e l’introduzione dell’art. 73 bis Testo Unico D.P.R. 309/1990, in materia di contrasto ai reati di produzione, acquisto e cessione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope. Si tratta di una proposta attenta alla reale dimensione sociale del fenomeno di uso e abuso di sostanze stupefacenti c.d. leggere.
In breve, la proposta restituisce all’impianto normativo una maggiore coerenza sistemica, prevedendo in particolare: – la non punibilità di chi, anche senza autorizzazione ex art. 17 T.U. 309/90, coltiva un numero limitato di piante di cannabis (pari a un massimo di quattro) destinate a uso personale (nuovo comma 4, art. 73 bis); – la riduzione delle sanzioni per i fatti di lieve entità e l’eliminazione per tali ipotesi dell’arresto obbligatorio in flagranza; – la possibilità, qualora l’autore delle condotte di produzione e spaccio sia un tossicodipendente, di sostituire la pena del carcere con lavori socialmente utili; – l’aumento della pena (da sei a dieci anni di reclusione) per i reati di traffico, spaccio e detenzione ai fini di spaccio. .
In altre parole, la
ratio sottesa al D.D.L è quella di superare un approccio meramente criminalizzante in nome di un quadro normativo orientato alla prevenzione, cura e riabilitazione e alla lotta al (vero) narcotraffico. Si tratta di un disegno di legge che, se approvato, cristallizzerebbe il quadro interpretativo da tempo delineato in materia dalla giurisprudenza della Cassazione, attenta all’effettivo disvalore contro il quale viene generalmente attivata una reazione penale. Così, ad esempio, è in ragione delle minime dimensioni dell’attività, della forma domestica di realizzazione, delle rudimentali tecniche utilizzate, dello scarso numero di piante, del modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, che la Cassazione ha ritenuto che così realizzata la condotta di coltivazione risulta destinata all’uso esclusivamente personale della pianta.
La prospettiva assunta da molti studiosi e da buona parte della giurisprudenza parte da una premessa determinata: vi sono condotte, come quella di coltivazione domestica a uso personale che, oggettivamente, non possono rappresentare un serio pericolo ovvero integrare un danno per la salute pubblica, né possono alimentare il mercato della droga. Dire il contrario sarebbe fuorviante. La preoccupazione del D.D.L. 2307 è proprio quella di recepire l’impostazione ormai accolta in via unanime dai giudici e di tradurla in via normativa, conferendole la certezza e la chiarezza della legge.

Le (ir)risolte questioni scientifiche

La necessità di un approccio come quello appena prospettato trova terreno fertile a livello scientifico. Nonostante copiosa letteratura abbia già da tempo delimitato la natura della marijuana e rivelatone la sua variabilità, il dibattito risulta, ancora oggi, inquinato da argomentazioni prive di evidenze scientifiche.
In primo luogo, è ancora diffusa la convinzione che il consumo di marijuana conduca inevitabilmente al consumo di droghe c.d. pesanti. Il fenomeno, noto come effetto gateway, non ha alcun riscontro né nella letteratura scientifica né in studi epidemiologici, basandosi al più su vecchi e grotteschi convincimenti che tendono a introdurre pretestuose generalizzazioni. I casi di uso e abuso di sostanze stupefacenti, quindi, devono essere affrontati caso per caso, attraverso un approccio individuale che tenga conto di una molteplicità di fattori, finanche culturali e sociali.
In secondo luogo, è dato oramai assodato che la Cannabis svolga, con riferimento a talune malattie, una funzione terapeutica. Nulla di nuovo (salvo per chi nega l’evidenza), tant’è che già da tempo il nostro paese ha sia autorizzato la produzione in territorio nazionale di Cannabis per fini terapeutici sia concluso un accordo con il Ministero della salute olandese per l’importazione di Cannabis dai Paesi Bassi. Ad occuparsi della produzione nazionale è, però, soltanto lo stabilimento farmaceutico militare di Firenze, il quale – come sostenuto dai dati del report
Estimated World Requirements of Narcotics Drugs 2020 dell’International Control Board – non riesce però a coprire la quantità richiesta dai pazienti. La possibilità di procedere a una coltivazione domestica, medicalmente monitorata, permetterebbe di risolvere il problema.
Altro punto fondamentale è la definizione scientifica di sostanza stupefacente. Come autorevolmente ricordato, l’unica vigente a livello internazionale è quella fornita dall’OMS, per cui s’intende stupefacente “
ogni sostanza naturale o artificiale che modifica la psicologia o l’attività mentale degli esseri umani”. Una definizione, questa, che se da un lato appare molto vaga dall’altro spiega come, in materia di sostanze stupefacenti, non possa essere altrimenti. In altre parole, si è affermato che “la nocività di una droga è relativa e contesto-dipendente” e ciò in quanto “molti principi attivi, pur producendo effetti collaterali negativi, possiedono anche importanti proprietà terapeutiche”. In questo senso, perché una sostanza possa essere messa al bando se ne devono escludere, per via scientifica, le capacità terapeutiche, e la Cannabis, come è stato spiegato, appartiene a un universo variegato e scientificamente sfuggente, dinanzi al quale la legge è suscettibile di costanti migliorie e adeguamenti.
E’ arrivato il momento di disfarsi di tanti luoghi comuni. A ribadirlo non sono soltanto i sostenitori del d.d.l., ma è la stessa Corte europea che, nello scorso novembre, affermava come il principio attivo Cbd non deve essere trattato come sostanza stupefacente, ma come prodotto commerciabile dalle plurime destinazioni; è la stessa Commissione Droghe N.U. che, nel mese di dicembre, cancella la Cannabis dalla tabella internazionale sulle sostanze pericolose per la salute pubblica; è la Commissione Ue che ribadisce come l’attività di produzione di Cannabis vada normalizzata e che essa sarà destinataria dei finanziamenti Pac (Politica agricola comune); è l’OMS a raccomandare la riclassificazione della Cannabis in seno al sistema internazionale di controllo delle sostanze psicotrope.

Le istanze di riforma: un dibattito sempiterno

Il dibattito italiano sulla regolamentazione delle droghe leggere, in specie della cannabis, non è mai stato dei più agevoli. Anche questa volta, il testo su richiamato è stato ingiustamente accusato di incentivare un degenerato abuso delle droghe, di ostacolare la lotta al narcotraffico e, addirittura, di rappresentare un serio pericolo per il mantenimento dell’ordine pubblico.
A ben vedere, il D.D.L. in esame origina da valutazioni ben più accorte. In esse c’è tutta la preoccupazione di restituire al nostro paese una coerenza sociale, giuridica e soprattutto scientifica. Si impedirebbe il ripetersi di drammi umani come quello di Walter De Benedetto, portato a processo per aver deciso di sopperire autonomamente alla carenza di Cannabis terapeutica al fine di lenire i lancinanti dolori da artrite reumatoide.
Si permetterebbe all’Italia di avviare il processo di cambiamento che attualmente sta riguardando tantissimi paesi, dai 18 Stati Usa all’Uruguay, dalla Bolivia al Canada, alla Svizzera, che oggi stanno rivedendo il rigore delle famose Convenzioni novecentesche, proponendone una maggiore flessibilità in nome della complessità del tema, dei suoi riflessi culturali (si veda ad esempio il caso della Bolivia che nel 2013, dopo essere uscita dalla Convenzione del 1961, è rientrata con riserva ottenendo quindi una deroga sulla masticazione della foglia di coca, rappresentando, tale uso, un patrimonio culturale indigeno) e soprattutto in ragione dei fallimenti delle politiche proibizionistiche della war on drugs. La regolamentazione dell’uso e della coltivazione per uso personale di Cannabis permetterebbe di monitorare, sensibilizzare, prevenire; la regolamentazione non sconfiggerà il narcotraffico – Borsellino ci avvisava bene su questo punto, affermando che la regolamentazione creerà sempre nuovi circuiti di mercato che sfuggiranno al controllo statale – ma avvierà il paese a una seria presa di coscienza culturale, fondata su specifici programmi educativi e campagne di informazione.
L’Italia è un paese che ammette la vendita di alcolici, ma non ne incentiva l’abuso: in questo paese molte persone non bevono! La regolamentazione protegge più di quanto faccia un divieto. La regolamentazione, a differenza della proibizione, pone le basi per una società consapevole, per uno Stato che abbia contezza di quanta Cannabis viene consumata nel proprio territorio, facendo rientrare nell’ambito della legalità coloro che, lungi dal fare del male a qualcuno, ancora oggi agiscono nell’ombra come fossero efferati criminali. Come sottolineato in più occasioni, un intervento normativo come questo produrrebbe importanti effetti deflattivi sul sistema carcerario con contestuale riduzione dei procedimenti giudiziari (spesso definiti con richieste di rinvio a giudizio nei confronti di soggetti tossicodipendenti).


Legalizzare non significa liberalizzare, ma regolamentare.
Legalizzare significa contenere e governare pericolose degenerazioni.
Lì dove la proibizione nega, la regolamentazione affronta.
Non bisogna reprimere bisogna spiegare.

Potrebbe piacerti anche

Ergastolo ostativo: il D.D.L. Ferraresi coglie nel segno.
Il dibattito sul salario minimo: tra la speranza di una futura direttiva europea e l’esame del DDL Catalfo

Devi leggere

Menu